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Aprire un bar in franchising: costi, guadagni e migliori catene italiane

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Aprire un bar in franchising rappresenta oggi una delle scelte più diffuse tra chi desidera avviare un’attività in proprio ma non vuole partire da zero. La formula del franchising, infatti, consente di sfruttare la forza di un marchio già affermato, riducendo il rischio imprenditoriale e garantendo un supporto operativo e formativo costante.
In Italia, il settore dei bar e delle caffetterie continua a essere uno dei più solidi del comparto food & beverage, con oltre 149 mila attività attive e un fatturato complessivo che supera i 5 miliardi di euro l’anno.

Perché aprire un bar in franchising

Negli ultimi anni, l’ingresso nel mercato attraverso un brand in franchising si è rivelato strategico per due motivi principali:

  1. Brand awareness immediata: il cliente riconosce il marchio e si fida, aumentando la probabilità di frequentazione e acquisto.
  2. Modello gestionale collaudato: il franchisor offre un piano operativo preciso, fornitori convenzionati, linee di prodotto definite e un format d’arredo studiato nei minimi dettagli.

Per i nuovi imprenditori, questo significa accedere a un mercato competitivo con strumenti di gestione già testati, evitando errori tipici delle aperture indipendenti. Inoltre, il franchising consente di accedere a convenzioni con istituti di credito, fornitori e piattaforme di marketing, elementi che riducono ulteriormente i costi iniziali e migliorano la marginalità.

Nel 2025, i format di bar in franchising si stanno evolvendo verso concetti più moderni: coffee-to-go, mixology bar, healthy café e lounge multifunzionali, pensati per intercettare le nuove abitudini dei consumatori. L’esperienza conta tanto quanto la qualità del prodotto, e i marchi più forti stanno puntando su ambienti curati, menù digitalizzati e prodotti artigianali ma a produzione centralizzata.


Costi di apertura e fee iniziale

Il costo per aprire un bar in franchising varia notevolmente in base al marchio scelto, al format e alla metratura del locale. In media, l’investimento iniziale si colloca tra 60.000 e 150.000 euro, comprensivo di allestimento, arredi, formazione e primo stock di prodotti.
Alcuni brand con format “light” (take-away o corner bar) richiedono un investimento inferiore, a partire da 30.000–40.000 euro, mentre i format più complessi, come lounge bar o caffetterie di design, possono superare i 200.000 euro.

I principali costi da considerare includono:

  • Fee d’ingresso: varia in media tra 10.000 e 25.000 euro, a seconda del marchio. Questa cifra garantisce il diritto d’uso del brand, il supporto tecnico e la formazione iniziale.
  • Royalty periodiche: generalmente tra il 3% e l’8% del fatturato mensile. Alcuni franchisor applicano una quota fissa mensile (es. 500–1.000 €), altri una percentuale sul venduto.
  • Arredamento e attrezzature: i franchisor forniscono un progetto chiavi in mano che include macchine da caffè professionali, bancone, sedute, insegne e illuminazione.
  • Affitto e spese di avviamento: la posizione incide in modo significativo. Le location ad alta visibilità (centri storici, stazioni, aree commerciali) possono arrivare a 3.000–5.000 € al mese.
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Un vantaggio concreto è che molte catene offrono pacchetti “all inclusive”, che comprendono: progettazione, allestimento, formazione del personale e campagne pubblicitarie di lancio. Alcune aziende, inoltre, propongono formule di finanziamento agevolato o partnership con istituti bancari convenzionati, rendendo l’avvio più accessibile anche a chi dispone di capitale limitato.

Un aspetto cruciale è la trasparenza contrattuale: il potenziale affiliato deve ricevere dal franchisor un documento informativo precontrattuale (DIP) almeno 30 giorni prima della firma, contenente dati finanziari, condizioni e obblighi reciproci. Questo documento è previsto dalla Legge 129/2004 e tutela l’affiliato da pratiche commerciali scorrette.


Quanto si guadagna con un bar in franchising

Il guadagno di un bar in franchising dipende da vari fattori: posizione, dimensioni, affluenza e gestione. In media, un locale di medie dimensioni (80–100 m²) con un buon flusso di clienti può generare un fatturato annuo compreso tra 200.000 e 350.000 euro.
La marginalità netta, dopo spese e royalty, si attesta in genere tra il 10% e il 20%, con un utile annuo netto di circa 20.000–50.000 euro, variabile a seconda della località e del modello di business.

Le voci di spesa più rilevanti sono:

  • Costo delle materie prime (20–30% del fatturato);
  • Personale (25–35%);
  • Royalty e fee marketing (5–10%);
  • Affitto e utenze (10–15%).

Le performance migliori si registrano nei format a servizio rapido o specializzati (coffee-to-go, brunch bar, cocktail boutique), dove il margine medio è superiore grazie alla rotazione rapida dei clienti e a costi fissi ridotti.

I franchisor più strutturati forniscono ai propri affiliati report di redditività e piani previsionali realistici. In molti casi, il punto di pareggio operativo viene raggiunto entro 12–24 mesi.
Un vantaggio ulteriore del franchising è la riduzione dei rischi commerciali, poiché il marchio madre effettua studi di fattibilità, analisi territoriali e supporta nella selezione della location, elementi spesso determinanti per la riuscita economica di un bar.


I migliori marchi di bar e caffetterie nel 2025

Nel panorama italiano del 2025, diversi brand di bar e caffetterie si distinguono per solidità, notorietà e qualità del supporto offerto agli affiliati. Tra i principali:

  • C House Coffee Shop: format internazionale di ispirazione americana, con locali moderni e menù gourmet. Investimento da circa 90.000 euro.
  • 12oz Coffee Joint: brand giovane e dinamico, focalizzato sul coffee-to-go e sulla clientela urbana. Richiede un investimento contenuto (da 50.000 euro).
  • Caffè Vergnano 1882: marchio storico italiano, con oltre 150 punti vendita in Italia e all’estero. Offre formazione barista e design premium.
  • Dersut Caffè: marchio veneto in espansione, con format sia di bar tradizionali sia di caffetterie moderne; investimento medio da 70.000 euro.
  • Illy Caffè: simbolo dell’eccellenza italiana nel mondo, con format esclusivi, arredamento ricercato e forte immagine di brand.
  • Caffè Pascucci: propone locali dallo stile cosmopolita e sostenibile, con forte attenzione alla selezione del caffè e alla qualità dei prodotti.
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Ogni marchio ha una propria identità: alcuni puntano su atmosfere eleganti e prodotti di fascia alta, altri su modelli accessibili e ad alta rotazione.
Nel 2025, i trend dominanti nei bar in franchising riguardano:

  • L’introduzione di menu salutistici e plant-based;
  • L’uso di tecnologie digitali (ordini online, fidelity app, pagamento contactless);
  • Format ibridi tra caffetteria, coworking e cocktail bar serale.

Il successo dipende dalla capacità del marchio di adattarsi ai nuovi stili di consumo, soprattutto tra i giovani e i professionisti che cercano ambienti informali ma di qualità.

Requisiti e burocrazia

Aprire un bar in franchising nel 2025 non richiede necessariamente esperienze pregresse nel settore, ma occorre possedere alcune competenze di base nella gestione aziendale e nella relazione con la clientela. La maggior parte dei franchisor, infatti, offre formazione iniziale e assistenza continua, ma si aspetta dal franchisee serietà, capacità organizzativa e spirito imprenditoriale.
Sul piano normativo, i requisiti principali sono simili a quelli di qualsiasi altra attività di somministrazione alimenti e bevande. È necessario:

  • ottenere la SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività) da presentare al Comune di riferimento;
  • possedere i requisiti morali e professionali previsti dal D.Lgs. 59/2010;
  • iscriversi al Registro delle Imprese presso la Camera di Commercio;
  • ottenere il nulla osta sanitario dell’ASL per i locali;
  • aprire la partita IVA e scegliere il regime fiscale più adatto;
  • in caso di somministrazione di alcolici, richiedere le specifiche licenze previste dalla normativa vigente.

I franchisor supportano spesso l’affiliato anche in questa fase, fornendo consulenza burocratica e modulistica già predisposta. Alcuni marchi, inoltre, offrono un pacchetto “chiavi in mano”, che comprende la ricerca della location, la progettazione del punto vendita, gli arredi e persino l’avviamento operativo.

Opinioni e casi reali

Le opinioni su chi ha aperto un bar in franchising variano in base al marchio e al contesto economico, ma emergono alcuni elementi comuni. Gli affiliati sottolineano la sicurezza di avviare un’attività con un brand riconosciuto, che garantisce flusso costante di clientela sin dal primo giorno e riduce il rischio imprenditoriale. Tuttavia, molti evidenziano anche la rigidità del modello di business, con margini di autonomia limitati su prezzi, fornitori e promozione locale.

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I casi di successo non mancano. Le catene più strutturate come Caffè Vergnano 1882 e LAVAZZA Espression registrano tassi di soddisfazione elevati, soprattutto grazie alla qualità del prodotto e all’immagine del marchio. D’altra parte, alcuni imprenditori che hanno scelto catene minori o meno note lamentano scarsa assistenza e supporto marketing insufficiente, elementi che possono compromettere la redditività nei primi anni.

Conclusione: conviene aprire un bar in franchising?

Aprire un bar in franchising nel 2025 può essere un investimento solido, ma va valutato con grande attenzione. I vantaggi principali sono la forza del brand, la formazione continua, la riduzione del rischio d’impresa e la maggiore facilità di accesso al credito. Tuttavia, bisogna tenere conto dei costi iniziali non trascurabili, dei canoni periodici e delle limitazioni operative imposte dal contratto di affiliazione.

Conviene dunque a chi desidera entrare nel settore della ristorazione con un format già testato e un marchio riconoscibile, ma non a chi cerca totale libertà imprenditoriale o margini elevati nel breve periodo. Il franchising resta una formula efficace, ma solo se supportata da una gestione attenta, una posizione strategica e una partnership solida con il franchisor.

Domande frequenti (FAQ) su come aprire un bar in franchising

1. Quanto costa aprire un bar in franchising nel 2025?
Il costo medio per aprire un bar in franchising varia tra 40.000 e 120.000 euro, a seconda del marchio, delle dimensioni del locale e dell’arredo richiesto. A questi vanno aggiunti la fee d’ingresso (5.000–30.000 euro) e le royalty mensili.

2. Quanto si guadagna con un bar in franchising?
I margini dipendono molto dal flusso di clienti e dai costi di gestione. In media, un bar in franchising ben posizionato può generare ricavi tra 250.000 e 400.000 euro l’anno, con utili netti attorno al 10-15%.

3. Quali sono i migliori marchi di bar e caffetterie in franchising in Italia nel 2025?
Tra le catene più affidabili spiccano Caffè Vergnano 1882, 12oz, Arnold Coffee, LAVAZZA Espression, C House Cafè e Coffeel. Offrono format moderni, assistenza continua e brand già consolidati sul mercato.

4. Serve esperienza nel settore per aprire un bar in franchising?
Non necessariamente. La maggior parte dei franchisor offre formazione completa e supporto gestionale, anche per chi non ha mai lavorato nella ristorazione.

5. Conviene aprire un bar in franchising?
Sì, se si sceglie un marchio solido e una posizione strategica. Il franchising riduce il rischio d’impresa, ma comporta vincoli operativi e margini inferiori rispetto a un’attività totalmente indipendente.

Scheda riassuntiva – Aprire un bar in franchising nel 2025

VoceDettagli
Investimento inizialeDa 40.000 a 120.000 € (in base al brand e alla metratura)
Fee d’ingressoTra 5.000 e 30.000 €
Royalty mensiliIn media 3% – 6% del fatturato, oppure quota fissa
Durata del contratto5 – 10 anni, rinnovabile
Assistenza fornita dal franchisorFormazione iniziale, supporto marketing, arredi, fornitura prodotti e consulenza gestionale
Esperienza richiestaNon obbligatoria, ma utile una minima conoscenza del settore horeca
Ricavi medi annuiTra 250.000 e 400.000 € per punto vendita ben avviato
Utile netto stimatoCirca 10% – 15% del fatturato
Tempo di rientro dell’investimentoGeneralmente 2 – 4 anni
Vantaggi principaliBrand riconosciuto, format già collaudato, riduzione del rischio imprenditoriale
Svantaggi principaliVincoli contrattuali, costi di affiliazione, minore autonomia gestionale

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